chiavi ottocentescheDickens, Hugo, Zola: la letteratura dell’Ottocento ci ha lasciato immagini fortissime di quel periodo di grandi trasformazioni economiche e sociali. L’ingesso dei nuovi sistemi di produzione industriale creò veri e propri stravolgimenti che misero i crisi tutte le arti, compresa quella del ferro.

 

La figura tradizionale del fabbro, che da tempo immemore forgiava a mano il ferro incandescente martellando, curvando e tagliando, stava decadendo sotto i colpi delle nuove tecnologie di fusione e stampaggio, prive di quell’espressione artistica che solo l’uomo, e non certo la macchina, poteva infondere al prodotto finito.

 

Anche la “grande arte” dei serraturieri, nonostante gli ultimi luminosi epigoni, era giunta al capolinea. Il nuovo orientamento perseguiva la produzione in grande serie. Le banche divennero i nuovi castelli, al centro delle quali si trova la cassaforte. E nello sforzo titanico di renderle sicure contro tutto e tutti si andava dritti al sodo, come voleva l’ideologia dell’epoca.

 

Tra le tante cose del passato, l’Ottocento salutò anche l’estetica delle chiavi: le chiavi ottocentesche infatti erano modelli più austeri e pragmatici totalmente concentrati sulla sicurezza. L’estro inventivo che aveva caratterizzato chiavi e serrature del ’700 si spostò sulla messa a punto di ogni sorta di bloccaggi, dalle serrature a leve mobili con chiavi a camme alle serrature a pompa con chiavi cilindriche a intaglio o con appendici circonferenziali fino alle serrature con dispositivi a combinazione. Tra il 1770 e il 1851 si brevettarono settanta sistemi di chiusura, tra cui quello con un meccanismo d’arresto che bloccava l’eventuale chiave falsa.

 

Era un po’ lo spirito dei tempi, tra rigore vittoriano e ansia borghese di protezione, che costruì il mito delle cassaforte inviolabile a prova di tutto. La prima crepa a quest’aurea magica gliela fece la più grande e memorabile rapina dell’epoca avvenuta nel 1855 sul treno che da Londra portava in Crimea l’oro per i soldati di quella lontana guerra. Due casseforti apribili solo con quattro chiavi, con dentro l’equivalente attuale di un milione di sterline, un colpo clamoroso che riuscì Edward Pierce. La vicenda è immortalata dal romanzo “La grande rapina al treno” di Michael Crichton e dall’omonimo film del 1979 con Sean Connery. Un’impresa che rese necessari rocamboleschi sotterfugi per riuscire a copiare le chiavi (unico modo per espugnare i forzieri) e leggendarie e ardite gesta motivate, come disse lo stesso Pierce al processo, da un unico, semplice obiettivo: “Volevo il denaro”.

 

Com’erano quelle famose quattro chiavi? Sobrie, secondo lo stile dell’epoca, con impugnatura ovale, capitello appena accennato e fusto liscio. La parte più curata era sicuramente il pettine, di foggia molto tecnica con un elaborato taglio a camme per aprire le serrature a leve mobili di bloccaggio, marca Chubb Locks.

 

L’Ottocento fu anche il secolo delle Esposizioni Universali, veri templi per la celebrazione del Progresso. In una di queste, la Great Exhibition di Londra del 1851, si assistette ad una singolare tenzone. Memori della sfida lanciata sessant’anni prima da Joseph Bramah, vennero promesse duecento sterline a chi fosse riuscito ad avere la meglio su alcune serrature esposte. Un tale Hobbs, che di mestiere faceva il rappresentante della Day and Newell produttrice della Parautopic con chiave a mappa componibile, presentata come l’unica assolutamente inviolabile, si rimboccò le maniche e si mise al lavoro. In trenta minuti ebbe la meglio su una Chubb Detector a sei leve, e in dieci giorni mise fine al record della mitica Bramah. Un bel modo di far fuori la concorrenza. Neanche a dirlo, la “sua” Parautopic resistette a tutti gli assalti. Un primato assoluto che dura ancora oggi, “un’utopia” che è diventata realtà.